Salute e talento: la dislessia
Andrea Kimi Antonelli e la dislessia, quando il cervello corre su una pista diversa
Non è mancanza di intelligenza e non significa essere meno capaci. La dislessia è un diverso modo di elaborare alcune informazioni. E la storia di tanti giovani talenti ci ricorda che, qualche volta, chi sembra più lento sui libri può essere velocissimo quando trova la propria strada.
Provate a immaginarvi diciannovenni, al volante di una monoposto di Formula 1, con il contachilometri oltre i 300 all’ora. Davanti scorre il nastro d’asfalto, sullo sterzo una costellazione di comandi, nelle cuffie la voce dell’ingegnere di pista; attorno, rivali che filano a velocità vertiginose. In pochi istanti bisogna leggere lo scenario, ricordare procedure, prevedere gli sviluppi e decidere nell’arco di un battito di ciglia. È l’universo di Andrea Kimi Antonelli, AKA, simbolo di una generazione cresciuta in fretta e gravata da aspettative enormi.
Ed è proprio la velocità a offrirci una metafora efficace per parlare di dislessia. Non tutte le menti corrono sulla medesima pista. Alcune seguono il rettilineo che la scuola ha storicamente considerato “normale”: leggere, memorizzare, scrivere, ripetere. Altre affrontano più curve. Ma non per questo taglieranno il traguardo in ritardo.
La dislessia non è una misura dell’intelligenza. È il primo equivoco da dissipare. Un bambino con dislessia non è meno brillante. La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) che incide soprattutto su rapidità e accuratezza della lettura: può rallentare il riconoscimento delle parole, aumentare gli errori, richiedere un dispendio di energie maggiore per comprendere un testo. Le capacità cognitive generali, però, restano integre.
Proprio questa discrepanza l’ha resa a lungo di difficile comprensione: il bambino parla con proprietà, è curioso, vivace, creativo; segue alla perfezione una spiegazione orale e sa stupire con ragionamenti complessi. Poi apre un libro e sembra cambiare: legge a fatica, salta parole, perde il segno, confonde lettere, torna indietro, si affatica. Il punto non è quanto capisce, ma quanta energia deve spendere per arrivare all’informazione attraverso la lettura. È come guidare dovendo pensare a ogni gesto.
Con l’esperienza, chi guida non si dice più “adesso premo la frizione, ora cambio, ora controllo lo specchietto”: l’azione si automatizza. Per la maggior parte di noi accade lo stesso con la lettura: si impara lentamente e poi il processo scorre quasi senza sforzo. Nella dislessia questa automatizzazione può incepparsi: una parte della procedura resta “manuale” e pretende attenzione consapevole. Quando un compito che dovrebbe andare da sé richiede controllo continuo, il cervello consuma più risorse.
Ecco perché un alunno con dislessia può arrivare alla fine di una pagina molto più stanco dei compagni: ha faticato di più. Il rischio più insidioso è sentirsi meno capaci. Il confronto con gli altri è un passaggio delicatissimo: il compagno legge spedito, lui no; gli altri consegnano, lui è a metà. Arrivano frasi che pesano: “Devi impegnarti di più.” “Sei distratto.” “È intelligente, ma non si applica.” Parole solo in apparenza innocue, che scavano. Un bambino che si impegna e ottiene risultati inferiori alle aspettative può giungere alla conclusione disarmante: “Non sono capace.”
Non è la singola difficoltà di lettura l’esito più grave dei DSA non riconosciuti, ma la costruzione di un’immagine di sé sbagliata. Non tutti i DSA sono uguali. Spesso usiamo termini diversi come se fossero sinonimi, ma non lo sono. La dislessia riguarda prevalentemente la lettura; la disortografia incide sulla correttezza ortografica; la disgrafia concerne gli aspetti grafico-motori, con una scrittura faticosa o poco leggibile; la discalculia coinvolge abilità numeriche e di calcolo. Queste condizioni possono presentarsi singolarmente o insieme. Le linee guida italiane ricordano che la compresenza è frequente e che una valutazione accurata è essenziale per delineare il profilo di ciascuno.
Non esiste un solo modo di imparare. Per decenni la scuola ha privilegiato poche strade: leggere, scrivere, memorizzare, ripetere. Ma il cervello dispone di molti canali: immagini, suoni, esperienze, movimento, mappe concettuali, associazioni, tecnologie. Un ragazzo può arrancare su dieci pagine e comprendere alla perfezione lo stesso argomento ascoltandolo; può ricordare male una sequenza di parole e avere una memoria visiva eccezionale; può faticare sul testo e possedere notevoli abilità spaziali, creative o pratiche.
Non significa attribuire automaticamente “talenti speciali” alle persone con dislessia: sarebbe un altro stereotipo. Significa, più semplicemente, che una difficoltà specifica non esaurisce il funzionamento di una persona. Gli strumenti compensativi non sono scorciatoie. Audiolibri, sintesi vocale, mappe concettuali, computer, tempi aggiuntivi, calcolatrice ove previsto, testi digitali: troppo spesso vengono scambiati per facilitazioni. “Così è troppo facile.” In realtà vale il principio opposto. Se qualcuno ha bisogno degli occhiali per leggere alla lavagna, nessuno parla di vantaggi indebiti: gli occhiali consentono di vedere. Allo stesso modo, gli strumenti compensativi riducono l’impatto della difficoltà specifica, così che la persona possa esprimere davvero ciò che sa.
In Italia la Legge 170 del 2010 riconosce dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia come DSA, prevedendo misure e strumenti didattici per garantire il diritto allo studio. Diagnosi tempestiva e presa in carico adeguata incidono sul percorso scolastico e sul benessere; le linee guida nazionali insistono sull’identificazione precoce e su interventi mirati.
I numeri. Non siamo davanti a un fenomeno raro. Le stime epidemiologiche collocano i DSA in una quota significativa della popolazione in età evolutiva e i dati scolastici registrano un aumento delle certificazioni. Un incremento che non equivale a “più DSA”, ma a un miglior riconoscimento. L’Associazione Italiana Dislessia invita a leggere la crescita con cautela, evitando l’idea di una presunta “epidemia di diagnosi”.
Per decenni molti bambini sono diventati adulti senza un nome per la propria fatica: erano gli “intelligenti ma svogliati”, quelli che odiavano leggere ad alta voce, che cercavano di evitare la lettura in classe, che studiavano fino a tardi ottenendo comunque voti mediocri. La diagnosi può cambiare una storia. Riconoscere presto una difficoltà non significa appiccicare un’etichetta: spesso vuol dire toglierne una sbagliata. “Pigro.” “Distratto.” “Poco intelligente.” “Non si impegna.” Una valutazione specialistica spiega perché alcune attività risultino tanto impegnative e quali strategie funzionino meglio.
Il percorso diagnostico richiede competenze specifiche e, secondo le indicazioni italiane, coinvolge professionisti sanitari in un approccio multidisciplinare. La scuola, dal canto suo, è cruciale nell’osservazione e nell’attivazione di misure didattiche adeguate. Famiglia, docenti e operatori sanitari devono fare squadra: più in fretta comprendiamo come impara quel bambino, prima evitiamo che passi anni convincendosi di non essere all’altezza.
Il punto non è andare più piano. Torniamo in pista: in Formula 1 non esiste una sola traiettoria. Ogni pilota individua il punto di frenata, studia la curva, interpreta l’asfalto, aggiusta la linea, trova il proprio modo di essere veloce. Così dovrebbe funzionare anche l’apprendimento. Non tutti leggono allo stesso ritmo, non tutti memorizzano nello stesso modo, non tutti possono dimostrare ciò che sanno attraverso gli stessi strumenti.
Non è il destino a separare chi arriva lontano da chi resta indietro: semplicemente, non percorriamo tutti la stessa pista. La vera sfida per scuola, sanità e società non è costringere ogni bambino a seguire un’unica traiettoria, ma aiutarlo a scoprire la propria. Perché talvolta quello che sembra lo studente più lento della classe sta solo aspettando di trovare l’asfalto su cui può finalmente correre.
Anche Lewis Hamilton, campione indiscusso di Formula 1, e altre figure famose sono, sono state o si ritiene possano essere state dislessiche; tra queste, secondo alcune stime e ricostruzioni storiche, compaiono geni come Leonardo da Vinci e Albert Einstein. Esempi che attestano come ciascuno possa trovare la propria strada verso il successo.
https://www.mondosanita.it/news/salute/103806/andrea-kimi-antonelli-e-la-dislessia-quando-il-cervello-corre-su-una-pista-diversa.html
Summer Camp 2018 – Un'estate indimenticabile con I.C.L.
Gioca, Impara e Cresci… insieme!
ICL - International Culture Link ti porta ad Londra!
Imparare l'Inglese... al Cinema!
Impara il Cinese a Viterbo con Insegnanti Madrelingua Un'opportunità educativa per bambini e adulti
Yoga per tutti a viterbo. Benessere, equilibrio e serenità nel cuore della città
